Che cosa insegna il ritorno di Ulisse sulla connessione? Che cosa dice la Teoria Polivagale sul legame tra relazioni sicure e sistema nervoso?
Ho una formazione classica e i poemi omerici sono rimasti una delle mie passioni. Quando è uscita al cinema la nuova Odissea di Christopher Nolan, la curiosità di vedere come sarebbe stata riletta sul grande schermo mi ha portata in sala.
E mentre seguivo il viaggio di Ulisse mi sono ritrovata a pensare a qualcosa che va oltre il cinema e la letteratura: che cosa significa davvero tornare a casa?
Ti è mai capitato di tornare da un viaggio, chiudere un capitolo, raggiungere un traguardo che aspettavi da tempo, e renderti conto che qualcosa non si è ancora sistemato del tutto?
Ulisse non torna soltanto arrivando a Itaca
Nel poema, Ulisse impiega dieci anni a tornare a casa dopo la guerra di Troia. Potrebbe restare per sempre con Calipso, su un’isola perfetta, e diventare immortale, ma sceglie invece una vita mortale, imperfetta, reale. Una volta sbarcato a Itaca, però, il suo viaggio non è finito: si presenta travestito da mendicante e, solo attraverso una catena di riconoscimenti, prima il figlio Telemaco, poi il vecchio e fedele cane Argo, la nutrice Euriclea, e infine Penelope, torna davvero a essere Ulisse.
La scena più forte è quella del letto nuziale: Penelope non crede subito di avere davanti suo marito, così gli tende una prova che solo il vero Ulisse potrebbe superare, un dettaglio del letto costruito attorno a un ulivo vivo, che nessun estraneo potrebbe conoscere. Il riconoscimento tra Ulisse e Penelope è uno dei momenti culminanti del ritorno.
Letta con gli occhi di oggi, questa scena suggerisce una domanda potente: basta raggiungere un luogo per sentirsi davvero a casa, oppure abbiamo bisogno anche di essere riconosciuti?
Nel poema, però, il riconoscimento dell’altro compare molto prima del ritorno a Penelope. Una delle domande che attraversano l’Odissea è “come accogliamo chi ci arriva davanti da straniero?”. Polifemo viola nel modo più radicale la xenia, le regole dell’ospitalità, e divora i suoi ospiti. I Feaci fanno l’opposto: accolgono Ulisse prima ancora di sapere chi sia, e gli permettono di riprendere il viaggio verso casa. Prima ancora di essere riconosciuti per ciò che siamo, abbiamo bisogno di poter essere accolti come esseri umani.
Da medico, in venticinque anni di attività, questa lettura mi porta anche a un’altra domanda: quanto conta, per il nostro organismo, sentirsi accolti, riconosciuti e al sicuro insieme agli altri?
Perché la connessione è una questione di salute
Non serve partire dalla Teoria Polivagale per rispondere. Nel 2025 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dedicato al tema il rapporto della Commission on Social Connection, e la fotografia che ne esce è più ampia di quanto si immagini: circa una persona su sei, nel mondo, vive un’esperienza di solitudine. Non è una condizione marginale né riservata a chi vive isolato.
Anche gli studi longitudinali mostrano che isolamento sociale e solitudine non riguardano soltanto il benessere emotivo. Una grande revisione pubblicata su Nature Human Behaviour nel 2023, che ha messo insieme decine di studi su oltre due milioni di persone seguite nel tempo, ha rilevato un’associazione con un rischio di mortalità superiore di circa un terzo per l’isolamento sociale, e un’associazione più contenuta ma comunque presente per la solitudine. Sono due cose diverse e vale la pena distinguerle, perché nella vita reale non coincidono quasi mai: si può essere circondati di persone e sentirsi soli, così come si può vivere con pochi legami e sentirsi profondamente riconosciuti.
Sono dati che non spiegano, da soli, che cosa accada nel sistema nervoso quando ci sentiamo accolti o connessi. Indicano però qualcosa di importante: la connessione è una dimensione della salute, non semplicemente una preferenza personale o un bisogno accessorio.
Cosa aggiunge la Teoria Polivagale
È qui che entra il lavoro di Stephen Porges. Nel modello che propone, il nostro sistema nervoso autonomo valuta di continuo, prima ancora della consapevolezza cosciente, se l’ambiente e le persone intorno a noi sono sicuri: questo processo si chiama neurocezione. Sempre secondo il modello, i segnali percepiti come sicuri possono favorire l’accesso a quello che Porges chiama sistema di coinvolgimento sociale, che passa attraverso segnali molto concreti: il tono della voce, l’espressione del volto, lo sguardo, la prosodia. La vicinanza di una persona percepita come sicura può favorire la coregolazione, cioè la possibilità che il nostro sistema nervoso si calmi appoggiandosi a quello di un altro, e ridurre l’attivazione difensiva.
È un modello, non un fatto anatomico definitivamente stabilito: alcuni aspetti neurofisiologici ed evolutivi della Teoria Polivagale di Stephen W. Porges sono oggetto di un dibattito scientifico tuttora aperto tra fisiologi. Per questo, quando ne parlo, dico sempre “secondo la Teoria Polivagale” o “Porges propone”, mai “la scienza dimostra”. Può però offrire una cornice utile per esplorare perché la nostra esperienza corporea cambi in presenza di persone che percepiamo come sicure, anche restando fisicamente nello stesso luogo. È la stessa cornice che ho usato parlando di nervo vago e infiammazione cronica, da un’altra angolazione.
Autoregolazione non significa fare tutto da soli
Uno degli equivoci più comuni su questi temi è pensare che “regolarsi” voglia dire imparare tecniche da usare in totale autonomia, respirazione, meditazione, esercizi, e diventare così indipendenti dagli altri per stare bene. Non è così. Siamo organismi relazionali: possiamo imparare strategie di autoregolazione, ed è utile farlo, ma il sistema nervoso resta comunque sensibile alla presenza e alla qualità delle relazioni intorno a noi. Non tutte le compagnie regolano allo stesso modo: essere circondati da persone non equivale automaticamente a sentirsi connessi.
Le tue Itache quotidiane
Non parliamo solo di partner o famiglia. Le ancore di sicurezza quotidiane possono essere una voce al telefono, uno sguardo che non giudica, un animale, una routine condivisa, un luogo che il corpo associa a sicurezza senza bisogno di spiegazioni. Sono le piccole Itache di ogni giorno, i punti in cui il sistema nervoso può, per qualche momento, smettere di controllare tutto.
Cosa significa, in concreto
Prova a immaginare la differenza tra entrare in una stanza e continuare a monitorare ogni dettaglio, e sederti accanto a qualcuno con cui il respiro rallenta da solo, il viso si distende, la voce cambia senza che tu debba deciderlo. Quella differenza non è soltanto un pensiero: può accompagnarsi a cambiamenti concreti nel respiro, nel tono muscolare, nell’espressione del volto e nello stato di attivazione. È anche da questi segnali che possiamo accorgerci di quanto una relazione venga vissuta dal corpo come sicura. Forse una delle forme del sentirsi a casa comincia proprio qui.
Un percorso di gruppo o un lavoro individuale con me
Comprendere la coregolazione è diverso dal fare esperienza diretta di come il proprio sistema nervoso risponde alla sicurezza, alla presenza e alla connessione. È uno dei temi centrali dei percorsi online che conduco, aperti a partecipanti da tutta Italia.
Gli Esercizi Polivagali lavorano proprio su questo, riconoscere i segnali del proprio sistema nervoso e costruire, in pratica, nuove ancore di sicurezza. Il Training Autogeno e Rilassamento Guidato lavora sulla possibilità di riconoscere e favorire stati di maggiore calma attraverso il corpo. Il Mindful Eating porta lo stesso lavoro di presenza e ascolto nel rapporto quotidiano con il cibo. Sono strade diverse sullo stesso principio, la regolazione del sistema nervoso: qual è il percorso più adatto per te dipende da come vivi, oggi, questo bisogno di sicurezza e connessione.
Accanto ai gruppi, il lavoro individuale è disponibile online o in presenza. Se la tua situazione è più specifica, o preferisci un lavoro diretto con me, puoi contattarmi: rispondo personalmente e in tempi rapidi per capire insieme il percorso più adatto a te.
Se vuoi sapere da dove nasce questo modo di lavorare, puoi leggere chi sono e come sono arrivata a occuparmi di sistema nervoso e consapevolezza.

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