Fame e sete sono bisogni diversi, ma riconoscerli con precisione non è sempre immediato. Scopri come allenare l’ascolto dei segnali del corpo con la Mindful Eating.
“Ho fame” o “ho sete”? Non è sempre facile saperlo
Ti è mai capitato di sentire un vago bisogno di mettere qualcosa in bocca, aprire il frigo, e poi renderti conto che in realtà avevi solo sete? Non sempre interpretiamo con precisione ciò che ci porta verso il cibo o verso una bevanda. Fame e sete sono bisogni fisiologici distinti, ma riconoscere e interpretare i segnali interni non è necessariamente immediato per tutti.
In venticinque anni di attività ho sentito raccontare questa incertezza molte volte: una sensazione poco definita che la persona aveva inizialmente interpretato come fame e che, fermandosi a osservare meglio ciò che stava percependo, assumeva talvolta un significato diverso.
Riconoscere i segnali interni non è sempre immediato
Fame e sete restano stati fisiologici differenti, regolati da meccanismi distinti. Quello che può variare da persona a persona è il modo in cui questi segnali vengono percepiti, interpretati e integrati: la consapevolezza di ciò che accade all’interno del corpo non è identica per tutti. Questa variabilità nella percezione non riguarda solo fame e sete. Vale per molti segnali che arrivano dall’interno del corpo, compresa la sensazione di pancia gonfia, che non dipende solo da quanto c’è davvero nell’addome.
Nel modello dei nove tipi di fame proposto da Jan Chozen Bays e utilizzato nella Mindful Eating, la fame cellulare invita a portare attenzione ai bisogni del corpo nel loro insieme. È una categoria utile nella pratica di consapevolezza, che può comprendere anche l’attenzione all’idratazione, ma non va interpretata come la dimostrazione fisiologica che fame e sete vengano normalmente confuse dall’organismo. La letteratura scientifica su fame e sete, infatti, non ha mostrato che la sete sia associata in modo affidabile a una maggiore assunzione di cibo, un segno che il rapporto tra i due segnali è meno automatico di quanto si tenda a pensare.
Un piccolo esercizio prima di aprire il frigo
Un gesto semplice, che uso spesso nei percorsi di Mindful Eating: prima di mangiare qualcosa fuori pasto, fermati un momento e prova a chiederti che cosa stai percependo davvero. Sete? Fame? Desiderio di un sapore particolare? Abitudine? Bisogno di una pausa? Bevi un bicchiere d’acqua se ti sembra di avere sete, e osserva senza fretta cosa cambia.
Se emerge fame, mangia. L’obiettivo non è usare l’acqua come un modo per rimandare il cibo o sopprimere la fame, ma fermarsi abbastanza da osservare ciò che stiamo percependo con maggiore curiosità e precisione. È proprio questa capacità di ascolto dei segnali interni che viene allenata nella Mindful Eating.
Quanta acqua serve davvero
Come riferimento generale, EFSA (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) indica per gli adulti un’assunzione adeguata di acqua totale, considerando anche quella contenuta negli alimenti, di circa 2 litri al giorno per le donne e 2,5 litri per gli uomini. Sono valori di riferimento, non obiettivi rigidi da rispettare alla lettera: il fabbisogno varia con temperatura, attività fisica, alimentazione e condizioni individuali.
Cosa significa, in concreto
Immagina di arrivare a sapere con più chiarezza cosa ti sta chiedendo davvero il corpo. Non un’ipotesi, non un’abitudine automatica, ma un segnale che impari a riconoscere con maggiore precisione. È una piccola competenza, ma cambia molte più cose di quante sembri: prima ancora di decidere cosa mangiare, di aprire il frigo o la dispensa.
Un percorso di gruppo o un lavoro individuale con me
Puoi scoprire date e dettagli qui per i percorsi di gruppo online di Mindful Eating.
Se la tua situazione è più specifica, o preferisci un lavoro diretto con me, in presenza o online, puoi contattarmi qui: rispondo personalmente e in tempi rapidi per capire insieme il percorso più adatto a te.

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